Intestazione

«I nostri nonni la voglia di viaggiare non sapevano neanche cosa fosse»

Testo

Monica Müller

Pubblicato

15.11.2021

Zug fährt über die Brücke

Ma da quando si è cominciato ad andare in vacanza? Ne abbiamo davvero bisogno o è solo un privilegio?

Professor Groebner, il cambiamento climatico ci impedirà nel futuro di viaggiare?

Guardi, un atteggiamento di dura critica al turismo esiste già da più di 170 anni. È antico almeno quanto il turismo stesso. Nel 1857 John Ruskin scriveva che la bellezza delle montagne era stata per sempre distrutta dai tanti loro entusiastici visitatori. Da allora lo si è ripetuto regolarmente. Sin dai suoi esordi il turismo è l'industria della cattiva coscienza. E un divoratore insaziabile, dato che da allora il settore del turismo offre come vacanza migliore quella nei posti giusti, ovvero là dove è ancora bello e incontaminato.

E come la mettiamo con il flight shame?

La mia formazione di storico dell'economia mi porta a parlare piuttosto di denaro che di vergogna. Perché la gente dovrebbe smettere di volare su così lunghe distanze finché è così economico farlo?

Eppure è cresciuta la consapevolezza che non si dovrebbe prendere l'aereo per due giorni ad Amsterdam.

Non sono uno specialista in proposito, temo però che alla gente piaccia sì parlare di protezione climatica, ma che poi non voglia cambiare nulla. In Europa non si è mai consumata tanta carne quanto adesso, né mai ci sono state tante auto e tanto grandi sulle strade. E non ci sono mai state tante persone in volo a bordo di aeroplani come nel 2019. Non è stata la paura del cambiamento climatico a metter un freno ai voli, ma le misure adottate degli stati contro il nuovo virus. Suppongo che se il consumo energetico diventasse molto più caro, la maggioranza delle persone cambierebbe il proprio comportamento. Altrimenti no.

Türkises Meer, Sandstrand und Palmen

Gli svizzeri e i tedeschi sono convinti di aver meritato le vacanze perché hanno lavorato tantissimo, solo che non è proprio così.

Valentin Groebner

In questo anno e mezzo di pandemia molti hanno scoperto il fascino del locale. Però adesso vogliono rimettersi a viaggiare. Il prima e il più lontano possibile. Perché?

Perché è uno status symbol di lunga data, a cui siamo assuefatti ormai da una cinquantina d'anni. Se prendo l'aereo per stare due o tre settimane nell'India meridionale o in Sri Lanka, rientro automaticamente fra i ricchi. La cosa dà un certo autocompiacimento.

A New York non è per forza così.

Negli USA non esistono ferie annuali garantite. La maggior parte degli americani ha decisamente meno ferie di noi. Gli svizzeri e i tedeschi sono convinti di aver meritato le vacanze perché hanno lavorato tantissimo, solo che non è proprio così. In Grecia, Portogallo, Spagna la vita lavorativa è in media sensibilmente più lunga che in Svizzera. Solo che lì le persone guadagnano meno. E in Sri Lanka e in Thailand questo rapporto è ancora più estremo.

Portrait Valentin Groebner

Foto: zVg Valentin Groebner

Sulla persona

Valentin Groebner (59) è professore di storia medioevale e rinascimentale all'Università di Lucerna. Ha scritto diversi libri, tra cui «Retroland. Geschichtstourismus und die Sehnsucht nach dem Authentischen» (S. Fischer Verlage, 2018) e «Ferienmüde» (2020).

 

Quante persone qui da noi devono rinunciare alle vacanze?

Per la Svizzera non sono disponibili delle cifre. In Germania però, nel 2019 il 39 percento non è andato in vacanza per più di cinque giorni nell'intero anno. I tedeschi sono davvero dappertutto, pensavo prima, i fanatici dei viaggi. Chi però ha problemi di lavoro, chi accudisce genitori bisognosi di cure, chi è malato non parte. E non parla neanche di voglia di viaggiare. Forse andiamo in vacanza soprattutto perché tutto resti così com'è: per paura che tutto possa essere improvvisamente diverso.

Ma per molti la voglia di viaggiare è molto reale. Perché la sentiamo?

Per abitudine. Il fatto che suddividiamo l'anno in periodi di lavoro e ferie è un rituale ereditato dal dopoguerra. I nostri bisnonni e i nostri nonni nella stragrande maggioranza dei casi non conoscevano questo sentimento.

Allora è un lusso?

Nella maggior parte dei paesi del mondo la gente non fa vacanze nella forma in cui le fanno gli svizzeri, i tedeschi e gli austriaci. Questo ha a che fare con il benessere. In vacanza possiamo fare come se il miracolo economico non finisse mai. Le ferie sono una teatralizzazione di noi stessi con degli spettatori. Ci preoccupiamo che gli altri sappiano dove siamo. Lo raccontiamo, mandiamo foto o le postiamo sui canali social.

Perché ci piace quando possiamo far vedere agli altri che mentre loro se ne stavano in ufficio noi eravamo alla spiaggia?

Perché le vacanze sono un antico privilegio sociale e ci piace fare come se fossimo i discendenti dei ricchi della fine del XIX secolo. Quando il turismo come noi lo conosciamo è nato, nei decenni precedenti la Prima guerra mondiale solo il 10% della popolazione, la parte più ricca,  poteva permettersi le vacanze. Non c'era una durata minima di legge per le ferie. Viaggiare per tre, quattro settimane era qualcosa che si poteva permettere solo chi aveva molto denaro. Andare in villeggiatura d'estate voleva dire : io appartengo ai ceti alti. Viaggiare è un prodotto dell'industrializzazione, al pari della ferrovia e dei Grand Hotel.
 

Andare in villeggiatura d'estate voleva dire : io appartengo ai ceti alti. Viaggiare è un prodotto dell'industrializzazione, al pari della ferrovia e dei Grand Hotel.

Valentin Groebner, Storico

E quando è diventato comune andare in vacanza?

«Vacanze per tutti» era uno slogan che Benito Mussolini ripeteva dal 1922. Colonie estive e fondazioni nazionali dovevano consentire anche agli operai e agli impiegati una pausa dalla quotidianità. I nazionalsocialisti lo copiarono subito. Così nacquero le vacanze organizzate dallo stato, per sollevare il morale dei lavoratori e premiarne la buona condotta politica. Dopo la Seconda guerra mondiale il principio venne ripreso anche in altri stati, quando questi divennero abbastanza ricchi per attuarlo. La vacanze come le intendiamo noi sono un prodotto del miracolo economico degli anni '50 e '60 del secolo scorso.

Come è arrivato a lavorare come storico sul tema dei viaggi?

Mi è sempre piaciuto viaggiare. Anno dopo anno ho però avuto sempre più l'impressione che qualcosa stonasse, una specie di indolenza, un fastidio a ripetere. Allora mi sono chiesto: cosa cerco nei viaggi che altrimenti non posso avere? E nei tanti viaggi fatti in molti anni la mia vita è davvero diventata diversa?

Nei suoi libri sui viaggi lei indaga il lato oscuro delle vacanze.

Il turismo nelle forme a noi familiari non è altro che consumo: è il prodotto dell'industria dei servizi, che sostiene di non esistere per sé, ma di essere qui solo per lei o per me personalmente, per i nostri desideri. Questo turismo si basa sul lavoro sottopagato di altri, qui in Svizzera proprio come in Grecia, in Thailandia o in Italia. L'intera infrastruttura turistica in Svizzera, in Austria e in Germania collasserebbe all'istante se non ci fossero più lavoratori a basso costo dallo Sri Lanka, dal Portogallo, dalla Slovacchia o dalla Romania.

Ma riesce ancora a godersi i periodi in cui è in viaggio? 

Cerco di godermi ogni viaggio. Ma spesso torno deluso e mi dico: la prossima volta farò meglio. È però così per molte altre persone. Se a una cena chiedo a qualcuno che non conosco che lavoro faccia, imparo sempre qualcosa di interessante. Se chiedo dove è stato in vacanza, constato regolarmente che siamo stati negli stessi posti e negli stessi periodi, noi grandi individualisti. Le vacanze sono un'efficientissima macchina selezionatrice sociale. Determinate persone vanno in campeggio, certe altre negli hotel di design. E capita spessissimo che non le separino neanche cinquanta passi. Ma a seconda di chi è dove, ciò rientra nella storia esistenziale delle persone e nell'immagine che hanno di sé. Vado in vacanza per preservare l'immagine che ho di me stesso. Se avessi davvero voglia di andare lontano, lavorerei in un paese lontanissimo. Le vacanze non cambiano niente.

Ausgrabung in Griechenland

Ad alcuni le vacanze al mare si offrono come riparazione per la monotonia del loro lavoro d'ufficio. Ad altri si promette: "In vacanza diverrai più istruito, più colto e conoscerai le persone giuste.

Valentin Groebner

La maggior parte delle persone però non vuole affatto cambiare se stessa, ma semplicemente rilassarsi e godersi del tempo.

Il turismo è un settore incredibilmente agile e creativo. Ad alcuni le vacanze al mare si offrono come riparazione per la monotonia del loro lavoro d'ufficio. Ad altri si promette: "In vacanza diverrai più istruito, più colto e conoscerai le persone giuste." O anche: "Va' in vacanza: solo così otterrai il corpo che hai sempre voluto avere."

Ma allora cosa possono darci le vacanze?

Nella mia vita, le cose davvero interessanti mi sono successe nella quotidianità, non in vacanza. E il più delle volte inaspettatamente. Muovendo da questa esperienza ho scritto i miei libri sulla storia del turismo e l'insegnamento che ne ho personalmente tratto suona: quel che mi piacerebbe fare, non lo devo rimandare alle vacanze. Né rinunciarvi. Ma farlo nella quotidianità. La vita diventa così semplicemente più divertente. Una lezione appresa dal lockdown del 2020 è stata quanto possa essere ricca d'avventura la quotidianità quando improvvisamente non succede più niente. Mi è mancato tutto il possibile e l'immaginabile, soprattutto gli amici e le altre persone, ma ben poco il partire. Le autostrade deserte, la quiete assoluta sui monti o il cielo senza le scie degli aeroplani, tutto questo è stato bellissimo.
 

 

Cinque giovani persone sul marciapiede passano accanto a un treno fermo.

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Foto: Getty Images

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